Archivi giornalieri: 29 dicembre 2012

Lo spiffero della fessura della cinghia della tapparella

Una volonterosa lettrice, delusa dalla qualità di tenuta all’aria dei serramenti e dei cassonetti delle tapparelle della sua nuova abitazione mi ha chiesto che materiali consiglierei per sigillare a dovere. Serramentista e costruttore latitanti, la lettrice invece, molto presente e decisa!

Sigillati i serramenti sotto le cornici, sigillato il cielino, rimaneva comunque un ultimo spiffero: la corda della tapparella.

test spiffero corda tapparella

La lettrice ha ragione ad insistere! E’ stato calcolato che da quella piccola fessura passano anche 2 metri cubi di aria ogni ora. In Germania questo problema è molto sentito e ci sono molti prodotti “per risanamento” che risolvono il problema di questo passaggio d’aria incontrollato. Si tratta di una placca che copre la fessura e include una guarnizione (che non si vede) formata da ben 4 “spazzole” che riducono lo spiffero fino a 0,04 mc aria/ora, registrati con una pressione esterna di ben 10 Pascal.

sigillare lo spiffero corda tapparella

Con un piccolo impegno si può ottenere un miglioramento della tenuta all’aria del 98%. Non poco!

Questa placca è sicuramente introvabile in Italia, ma credo che un fai da te potrebbe arrivare a prestazioni abbastanza vicine. Mentre ci facciamo venire qualche idea possiamo guardarci questo viedo. E se vogliamo fidarci possiamo ordinare online 1 pezzo, provare a montarlo per vedere se si adatta a casa nostra, poi ordinare i pezzi rimanenti e concludere l’opera.

Chi si dedicherà a questo fai da te può inviare foto o suggerimenti utili… Grazie.

       

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+ involucro - impianti copyright

federico_sampaoli_espertocasaclimacom  ipha_member   articolo ideato, scritto e diretto da Federico Sampaoli, impegnato a favore delle persone, del comfort e dell’open information, titolare e caporedattore di espertocasaclima.com – blog di formazione e comunicazione online dal 2009.

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I limiti dello sviluppo e la decrescita necessaria

Riporto un bell’articolo di di Ugo Bardi |  del 17 dicembre 2012

Ugo Bardi

Nei romanzi di fantascienza di una volta, sembrava che nel ventunesimo secolo ci saremmo fatti vacanze sulla Luna tutti gli anni. E invece questo secolo si sta rivelando più simile a un romanzo di Dickens, quando ti raccontava di ragazzi vestiti di stracci che morivano di fame nella Londra dell’800. Ultimamente, per esempio, ho scoperto che ci sono persone nella mia città che stanno al freddo in questi giorni di inverno perché non possono permettersi il riscaldamento. Che le cose non vanno bene in Italia, lo sappiamo tutti.

I consumi petroliferi sono in diminuzione, quelli elettrici lo stesso e la produzione industriale crolla. E se l’Italia non sta bene, il resto nel mondo non sta meglio: la crisi è globale. Di fronte a questa situazione è curioso come siano deboli le soluzioni proposte: ridurre le spese per i servizi e aumentare le tasse per raccogliere risorse che, poi, dovrebbero “far ripartire la crescita.” La crisi, evidentemente, viene vista soltanto come un temporaneo incidente di percorso, rimediabile con piccoli aggiustamenti.

Ma se invece la crisi fosse irreversibile? Di questa possibilità non si legge sui giornali, ma era la conclusione alla quale era arrivato lo studio noto in Italia come “I Limiti dello Sviluppo” e del quale quest’anno ricorre il 40esimo anniversario. Era uno studio che prevedeva che l’economia mondiale avrebbe finito per contrarsi irreversibilmente sotto gli effetti negativi combinati del graduale esaurimento delle risorse minerali e dei danni generati dall’inquinamento – che oggi vediamo principalmente come cambiamento climatico. Quella dei “Limiti dello Sviluppo” è una lunga storia. Prima osannato e poi demonizzato per mezzo di una campagna denigratoria, era andata a finire che tutti o quasi si erano convinti che erano soltanto delle “previsioni sbagliate.” Ma non c’era niente di sbagliato in uno studio che quantificava una realtà indiscutibile: il fatto che non è possibile crescere all’infinito.

Lo studio non pretendeva di fare delle previsioni precise ma è impressionante vedere come la crisi in cui ci troviamo oggi corrisponde bene all’inizio del declino previsto dal “caso base” dello studio, ovvero quello basato sui dati che all’epoca erano ritenuti i più affidabili. Questo lo vedete nella figura, presa dalla copertina dell’edizione italiana del 1972. Notate come le curve per la produzione industriale e agricola cominciano a declinare a partire dal secondo decennio del secolo attuale.

produzione industriale e agricola

Lo studio ci permetteva anche di studiare come contrastare la crisi. Per esempio, può la tecnologia salvarci?

Apparentemente no. Anche con ipotesi estremamente ottimistiche sulla nostra efficienza e sulla nostra capacità di sfruttare di nuove risorse, lo studio trovava che, se il sistema continua a cercare la crescita ad ogni costo, finisce per collassare comunque, prima o poi.

Soltanto una serie di politiche mirate a stabilizzare il sistema economico e la popolazione poteva evitare il collasso. Se questa interpretazione è vera, ne consegue che tutto il dibattito attuale ha mancato completamente le ragioni della crisi: non si risolve niente con piccoli aggiustamenti finanziari. Il tentativo di “far ripartire la crescita” vuol dire solo sprecare le risorse che restano e che, invece, andrebbero utilizzate per sviluppare nuove strategie economiche basate su risorse rinnovabili.

In fin dei conti, lo studio dei Limiti dello Sviluppo ci dice una cosa molto semplice: ovvero che la decrescita è inevitabile: non è una scelta ma una necessità. E sembrerebbe difficile che sia una decrescita felice, come si stanno purtroppo accorgendo quelli che non riescono più a pagare la bolletta del riscaldamento.

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